Una Milano borghese, aristocratica, illuminata, industriosa. Piena di angoli che non ti aspetti, di colori e di umori, di luoghi appartati e nascosti, cortili rischiarati da un glicine, balconi, cucine fumanti, negozi, palazzi signorili e caseggiati popolari, abitata da artigiani intenti a mestieri oggi scomparsi o sconosciuti. Giardini, antichi caffè tra specchi e boiseries, quelle strade del centro sempre in curva, quasi a rincorrersi. Una fotografia nostalgica di una metropoli unica, ma che riesce a cogliere delle sue tradizioni, i tratti essenziali, quelli che davvero contano.
«È difficile pensare ai giardini della propria città come a un insieme unitario: una sola, cinematografica e in fin dei conti anonima fuga di aiuole, sentieri, piante, viali. Ogni giardino sta a sé, vive di vita autonoma, non è soltanto una macchia verde sulla mappa mattone della città, ma un denso grumo di memorie, un album d’immagini da sfogliare adagio: quell’albero, quella piazzuola, un’ombra più rada, una luce più fredda. E la voce, la figura di chi mi accompagnava. Persino ogni viale, ogni parterre sta a sé, anche se a prima vista parrebbero confondersi con altri».